Testimonianza di Daniele Gentile: Progetto 08

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(27 Giugno – 5 Luglio 2008 )
Corso di formazione gratuito CCNA(3° modulo)

di Daniele Gentile

Sono un ragazzo di 31 anni, nato a Caserta; nel 1996, all’età di 19 anni, mi sono trasferito a Roma per un corso di studio post diploma di due anni. Oggi vivo e lavoro a Roma e sono sposato da tre anni.
Dall’anno 2000 sono docente di corsi di informatica e networking: tanti corsi e circa duemila persone formate ma questa esperienza è stata unica e davvero speciale.
Sono vicepresidente dell’AVEL e per l’attività in Sud Africa il mio compito era quello di istruttore del corso di formazione CCNA(3° modulo).

Ero partito con l’intenzione e volontà di aiutare le persone di un villaggio in Sud Africa dove eravamo destinati, invece…..

Il Venerdì 27 giugno partimmo da Roma, io e Vincenzo Marchica, e arrivammo la sera ore 22:30 a Johannesburg e ospitati in una parrocchia nei pressi dell’aeroporto. La mattina del giorno seguente partecipammo alla Santa Messa e notai con molta ammirazione il modo in cui le persone vivevano la celebrazione. Quando bisognava stare in piedi tutti erano alzati; durante la consacrazione tutti erano in ginocchio e tutti si alzarono al momento finale. Per ricevere la comunione in un ordine quasi maniacale le persone si alzavano dalla prima fila a seguire. Alla fine della celebrazione tutti rimanevano in piedi al proprio posto fino a quando i celebranti non erano usciti dalla chiesa e fin quando non era terminato il canto finale che era cantato quasi da tutti i partecipanti.
Invece nella mia nazione mi capita di vedere persone andare via mentre il celebrante è ancora vicino all’altare; un gesto umanamente scorretto di maleducazione, simile agli allievi in classe che si alzano quando ancora l’insegnante al termine della lezione è alla cattedra.
Nel pomeriggio andammo a visitare il museo dell’apparteid, fenomeno conosciuto sia per la sua brutalità nell’annientare la dignità umana sia per il disprezzo con cui si è manifestato nel trattare esseri umani il cui “errore” è stato nascere in questo Paese la cui terra era già di colore rosso sangue. Mentre attraversavamo la città vedevo intorno strade molto grandi, centri commerciali, automobili di grossa stazza e cilindrata.

E mi domandavo se veramente era necessario il nostro aiuto per questa popolazione.

La Domenica andammo a Pretoria a visitare il Lion park e nel pomeriggio la città. Anche qui, mentre attraversavamo la città vedevo intorno una centrale nucleare, strade molto grandi, centri commerciali, automobili di grossa stazza e cilindrata.

E mi domandavo se veramente era necessario il nostro aiuto per questa popolazione.

Il Lunedì andammo al villaggio Mmakau in cui dovevamo svolgere il nostro compito di volontariato a circa 30 Km dalla capitale Pretoria.

E qui avevo visto e capito il vero scopo della nostra venuta.

Arrivammo alla scuola media e superiore gestita dalle suore della carità in cui era presente anche una clinica. Intorno alla scuola si estendeva il villaggio Mmakau, case diroccate costruite con vari materiali di fortuna. Alcune case fatte di lamiera, alcune di legno, le più fortunate fatte con mattoni.
Case prive di rete idrica, fognaria. All’interno non esistevano bagni invece ricavati all’esterno in giardino in una latrina costruita con materiale vario.
Tutti i giorni a turno i membri di ciascuna famiglia si recano al punto di raccolta acqua senza distinzione di gerarchia. E qui si notava come i bambini vivono questa abitudine come un gioco(mezzo di spensieratezza e fuga dal proprio stato di vita per introdursi in un mondo di emozioni e relazioni “proibito” ai grandi).
Osservando queste abitazioni si notava spesso il terreno esterno sterrato con alcune piante, pulito senza immondizia; situazione inversa che mi è capitato di vedere nell’hinterland di alcune nostre province italiane. In questa visione percepii la volontà di vivere il proprio stato di povertà con una dignità vera.

Il periodo della nostra attività era coinciso con il periodo di vacanze scolastiche invernali: ultima settimana di giugno e prima di luglio.
Il corso di formazione era composto di 23 ragazzi dai 12 ai 16 anni provenienti dalle zone limitrofe.
I ragazzi erano molto contenti di partecipare al corso giunto alla sua terza edizione su quattro, ed avevano utilizzato una settimana delle loro vacanze per studiare; una cosa molto singolare per degli adolescenti(altro punto che suscitava stupore).

Le lezioni si svolgevano dal Lunedì 30 Giugno al Venerdì 4 luglio ed erano tenute in un magazzino molto grande della scuola trasformato in aula informatica. Era inverno ed avevamo solo due piccole stufe insufficienti per riscaldare tutto l’ambiente. Nessuno dei 23 ragazzi si lamentava mai del freddo.
La prima cosa che mi aveva stupito era lo spirito di questi ragazzi nel reciproco aiuto e affiatamento nello studio e nei giochi.
La lezione giornaliera si svolgeva con i seguenti orari:
08:30 inizio
11:00 – 11:30 break
13:00 – 14:00 pranzo
16:00 fine
Molto educati nel seguire le lezioni, puntuali negli orari. Il secondo giorno una ragazza arrivò con alcuni minuti di ritardo ed io per scherzo le dissi che mi doveva il corrispettivo in moneta di un RAND per ogni minuto di ritardo, la ragazza senza obiezioni e senza polemiche diede i soldi che io le restituii. Vidi in questo gesto l’accettazione del suo errore nel venire in ritardo e la volontà di riparazione senza alcun tentativo di fornire scuse od altro.
Durante il break del mattino giocavano a calcio, basket, pallavolo o rugby. Alcuni toglievano le scarpe, ipotizzo per non rovinarle. Credo che il gioco sia un momento fondamentale per i ragazzi durante il quale evadono dal loro essere, dal loro stato di vita; un momento di conoscenza reciproca che può diventare anche un’occasione di apostolato.
Io andavo a vederli giocare perché mi colpiva molto la loro giovialità, spensieratezza ed avevano sempre un sorriso che gli illuminava i volti. Non li vidi mai avere un diverbio durante il gioco e le lezioni.
Nel cortile della scuola si aggiravano dei babbuini che scendevano dalle colline alla ricerca di cibo, ed una persona della scuola mi disse che i ragazzi trattavano con rispetto i babbuini. E mi venivano in mente i gatti e cani randagi che nella mia nazione spesso vengono maltrattati dai ragazzi come passatempo.
Durante le lezioni, quando chiamavo dei volontari alla lavagna, venivano sempre in due/tre per aiutarsi e spiegare a vicenda gli esercizi ed io raramente dovevo intervenire per risolvere o correggere gli esercizi. Erano molto contenti quando facevo loro un complimento per la riuscita degli esercizi oppure regalavo loro un piccolo gadget.
La cosa che mi suscitava grande stupore era il modo attento e vigile con cui seguivano le lezioni. Durante il secondo giorno giunta l’ora di pranzo erano così coinvolti e presi dalla lezione che mi chiesero di saltare il pranzo e continuare.
Durante il break o la pausa pranzo consumavano il cibo che le loro madri preparavano. Per il break le suore preparavano dei biscotti e bevande per noi italiani e per l’assistente (giovane docente della Tzogo School) in una stanza della classe a cui i ragazzi non avevano accesso. Dal secondo giorno decisi di far entrare anche i ragazzi e puntualmente mangiavano tutto.
Il terzo giorno un ragazzo mi offrì un dolcetto che la madre aveva preparato per il suo break; un gesto così piccolo che mi riempì di gioia.
Il penultimo giorno una ragazza si avvicinò e mi consegnò una lettera da parte di sua madre in cui mi ringraziava del mio impegno verso questi ragazzi e mi chiedeva il permesso di fare uscire sua figlia due ore prima nel giorno successivo di lezione: un semplice, grande, cortese gesto che ancora una volta suscitava in me grande gioia ed ammirazione.
Alla fine del corso durante l’esame finale quando ebbi consegnato tutti i fogli, i ragazzi si alzarono in piedi e fecero una preghiera per la buona riuscita dell’esame, essendo la prima volta che vedevo questo gesto provai uno strano senso come di, imbarazzo, ammirazione.
Alla fine dell’esame mi chiesero se con gli studi che stavamo facendo avrebbero avuto possibilità di trovare lavoro; rimasi per un attimo stupito di come dei ragazzi di 12-16 anni fossero già proiettati a livello di maturità nella ricerca di lavoro. Un atteggiamento che non ho trovato in ragazzi della loro età nella mia nazione.

Durante questa esperienza ho maturato la seguente considerazione: la povertà, l’ignoranza, l’analfabetismo esistono in Italia come in Sud Africa e in molti parti del mondo.
La differenza non sono i diversi luoghi, etnie, lingue, religioni ma le persone che vivono questi fenomeni e le persone che intervengono per aiutare a risolvere questi problemi.
Chi vive queste esperienze di volontariato ha due possibilità:
1) Fare l’esperienza solo materialmente e non interiorizzare le emozioni, spunti di riflessioni, che le persone che stanno ricevendo possono generare.
2) Fare l’esperienza materialmente e interiorizzare le emozioni, spunti di riflessioni, che le persone che stanno ricevendo possono generare. Metabolizzare queste cose e trasfigurarle nella propria vita quotidiana, comprendendo e vivendo i gesti, azioni, lavori, studi, oggetti, cibo con una visione e spirito nuovi, diversi, migliori e positivi.

La mia considerazione sull’attività di volontariato in generale è la seguente: crediamo di aiutare gli altri ma in realtà se diamo aiuto con gioia, speranza, generosità, gratuità e amore, daremo 1 e riceveremo 10 in termini spirituali e umani.


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